“Una Coppa pulita”

28 03 2009

Pubblichiamo l’intervista a Danny Jordaan, presidente del Comitato organizzatore di Sudafrica 2010, realizzata da Stefano Piazza per il Manifesto

Danny Jordaan

Danny Jordaan

Danny Jordaan, presidente del Comitato organizzatore di Sudafrica 2010, è a Milano per presentare la Confederations Cup di giugno e lo stato dei lavori per i Mondiali del prossimo anno. La prima Coppa del Mondo organizzata da un Paese africano è alle porte e l’ex insegnante-calciatore-attivista anti-Apartheid-dirigente dell’Anc (57 anni), vuole correggere l’immagine di una nazione disorganizzata e in ritardo circolata con l’avvicinarsi dello storico traguardo. I ritardi, in alcuni casi, erano reali come a Port Elizabeth (che è la città natale di Jordaan e ha perso la Confederations Cup) ma per lo più si tratta di problemi comuni a ogni organizzatore di grandi eventi. Basti pensare a Pechino 2008 o, per guardare a casa nostra, a Italia ’90, con gli ultimi «ritocchi» fatti in corsa la mattina della giornata inaugurale.

Mr. Jordaan, ha mai avuto la sensazione che Blatter potesse davvero decidere di spostare il Mondiale altrove, negli Usa o in Australia?
Non esiste essere umano sulla terra che possa togliere il Mondiale al Sudafrica. Solo Dio potrebbe farlo. Quando investi 3 miliardi di euro nell’organizzazione di un simile evento, è ovvio che ci siano dei contratti a tutelarti. Nessuno può svegliarsi una mattina e decidere di spostare altrove il Mondiale, a meno che non si verifichi un disastro naturale, come un terremoto, per esempio. Abbiamo dei contratti firmati e tutti li onoreranno.

E il problema della sicurezza che spaventa la Fifa?
Negli ultimi tempi abbiamo avuto a che fare con attacchi xenofobi, gravi senza dubbio, ma del tutto estemporanei. Nessuno può pensare di punire il nostro paese per quei fatti.

I tifosi saranno al sicuro?
Al 100%. Vi assicuro che tutto andrà per il meglio, nessuno è preparato quanto lo siamo noi. E in ogni caso è troppo tardi, stiamo già vendendo i biglietti.

Impiegherete anche l’esercito?
No, i soldati resteranno fuori da ogni fase dell’organizzazione, non saranno necessari e non vogliamo creare un impianto militaristico, sarebbe pessimo anche per la nostra immagine. Abbiamo investito più di cento milioni di euro nella sicurezza, per aumentare di 41mila unità le forze di polizia e addestrare 45mila steward. Sarà più che sufficiente.

Qualcuno pensa che i vostri nuovi modernissimi stadi possano diventare delle cattedrali nel deserto dopo il Mondiale: enormi impianti per il calcio costruiti in quartieri bianchi, dove si seguono solo rugby e cricket, e troppo lontani per la gente dei quartieri neri, che non potrà permettersi di pagare il biglietto per arrivare allo stadio.
Queste differenze non hanno più senso. L’Apartheid creò aree bianche e aree nere, ma oggi il paese appartiene a tutti noi, senza distinzioni. Ci sono bianchi che vivono a Soweto e neri che vivono a Sea Point (quartiere di Cape Town, ndr). Per cui, dove sarebbero questi «quartieri bianchi»?

Beh, ha citato tutti quartieri «bene». Soweto non è più il ghetto di qualche anno fa. Da Philippi (uno degli slums di Cape Town, ndr) allo stadio di Green Point però può essere un viaggio impossibile…
Il Mondiale si gioca a Cape Town, nel tuo paese, potrai viverlo da vicino, più di quanto ti capiterà mai di farlo in tutta la tua vita. Dovremmo forse portare le partite a Philippi? Lo stadio appartiene a tutti i cittadini che pagano le tasse. Vede, il Mondiale è stato organizzato dall’Italia, dagli Stati Uniti, dalla Germania, da Giappone e Corea. In ogni Paese, gli stadi saranno stati troppo lontani per qualcuno. In Italia, nel 1990, non avrà avuto le partite esattamente dove le sarebbe stato più comodo, immagino.

In Sudafrica però certe divisioni sembrano ancora molto evidenti.
Conosco un po’ la vostra storia, Garibaldi e Cavour: avete dovuto far coesistere nord e sud del paese per creare un’unica nazione. Anche per noi non è un’operazione facile e veloce. La promulgazione di una Costituzione democratica non ha trasformato automaticamente il Sudafrica in un paese democratico e non razzista. Ma ci arriveremo insieme, bianchi e neri, poveri e ricchi. Un paese diviso e razzista corre gravi rischi, guardate la Bosnia o il Ruanda. Ma noi abbiamo una visione e un futuro comune e il Mondiale faciliterà questo processo. La gente sa che ci sarà più lavoro, che aumenteranno le opportunità. Trasporti migliori, infrastrutture migliori, più tecnologia, più benessere. Arriveranno investimenti in dollari e in euro. I sudafricani lo sanno, il Mondiale aiuterà il nostro paese, anche a essere più ottimista.

Cosa pensa della mancata concessione del visto al Dalai Lama?
Non posso esprimere un giudizio, perchè non faccio parte degli organizzatori di quel Congresso. Sarebbe stupido fare annunci alla stampa a proposito di qualcosa che non conosco a fondo.

Qual è l’obiettivo dei «bafana bafana» ai Mondiali 2010?
Non saprei, io sono responsabile dell’organizzazione del torneo, c’è una federazione che si occupa della nazionale sudafricana. Quello che posso dire è che il successo di un Mondiale è legato a quello della squadra di casa. Se il Sudafrica uscisse subito, la gente perderebbe un po’ di interesse, è ovvio. Ma questo sarà un Mondiale di tutta l’Africa, non solo del Sudafrica, e per tutti noi sarebbe fantastico se una delle sei squadre di questo continente presenti al torneo arrivasse in semifinale.

Come se la cava il nuovo ct Joel Santana? E’ sembrato un ripiego, una seconda scelta…
E’ un buon allenatore. Non era la prima scelta, ovvio. Purtroppo il suo predecessore, Parreira, ha dovuto rinunciare.

Il Sudafrica perse i Mondiali del 2006 per il voto comprato di un membro della Fifa, Charles Dempsey. Ricorda?
La prima cosa che mi disse il presidente Mandela fu: «Fai qualunque cosa per portarci il Mondiale, ma in modo pulito. Non pagheremo tangenti, non faremo regali. A nessuno e per nessun motivo». Io mi sono attenuto alle sue istruzioni. Credo sia nostro dovere cercare di cambiare le regole del gioco. Il fatto che si dica che tutti lo hanno sempre fatto, non implica che debba continuare così per sempre.

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