VOCI MONDIALI/ Dino Zoff, la Coppa del Capitano

29 06 2008

Apriamo oggi una rubrica dedicata ai ricordi dei protagonisti della World Cup. Uomini che hanno accarezzato e poi vissuto il sogno mondiale, campioni divenuti indimenticabili leggende del pallone. L’esordio è dedicato al Numero Uno della porta azzurra, quel Dino Zoff che ha tessuto la tela del Mundial spagnolo. Ecco come l’ex capitano racconta ai microfoni dei giornalisti Fifa la sua Coppa del Mondo.

L’espressione “Coppa del Mondo” rievoca i giorni più felici della mia carriera sportiva. Ho condiviso la vittoria mondiale con alcuni compagni di club (la Juventus, ndr), con cui avevo già un ottimo rapporto, poi cementato dall’incredibile successo dell’82. Occasionalmente, incontro anche i miei avversari di allora: è bello scambiare qualche parola con loro.

Un calciatore si prepara tutta la vita per la Coppa del Mondo, che rappresenta il suo massimo traguardo. Va da sé che un campionato molto competitivo come quello italiano sia un ottimo training. Personalmente, ho avuto la fortuna di disputare ben tre mondiali (1974, 1978, 1982), con un solo rimpianto: non aver giocato in Messico nel 1970. Il c.t. Valcareggi mi convocò, ma mi preferì Albertosi, che in effetti era davvero un grande portiere.

I miei tre mondiali sono stati molto diversi. Nel 1974 disputai complessivamente un buon torneo, ma la squadra deluse le aspettative. Credo sia successo a causa di una sorta di trapasso generazionale: molti giocatori erano al termine della propria carriera e sul c.t. c’erano molte pressioni. Eravamo un esercito con troppi generali…

Al contrario, il mondiale del 1978 fu esaltante per tutti, tranne che per me. Non ero in gran forma fisicamente, e ciò incise sulle mie prestazioni. Mi rimproverano ancora il gol subìto contro l’Olanda: oggi reti come quella di Haan sono considerate fenomenali, all’epoca erano ritenute un errore del portiere. Ammetto che avrei potuto far meglio, ma se anche avessimo raggiunto la finale non sono sicuro che avremmo vinto. L’Argentina era molto forte e in più aveva il vantaggio di giocare in casa.

Fu però nell’estate del 1978 che cominciammo a costruire la nazionale campione del mondo quattro anni dopo. In Spagna, senza l’infortunato Bettega superammo la prima fase della competizione con grande affanno. Avevamo troppa pressione addosso, e non eravamo liberi di giocare come potevamo. Il silenzio-stampa ci aiutò a comunicare in modo più diretto tra di noi. Bearzot fu importantissimo in questo frangente, con lui io avevo una grande complicità, forse ci univa anche il fatto di provenire dalla stessa regione. Da buoni friulani, entrambi parlavamo poco ma agivamo molto, nel rispetto delle reciproche responsabilità: la sua di allenatore, la mia di capitano.

La notte della finale non ho visto il gol di Tardelli, ma la sua reazione sì. Marco era un passionale e un istintivo, c’era da aspettarselo. Io invece ho sempre gioito con compostezza, non fa per me l’euforia, anche perché ho molto rispetto del mio avversario. Certo vincere la Coppa del Mondo è stata un’emozione incredibile, tanto più alla veneranda età di 40 anni.

Non dimenticherò mai la partita a carte sul volo del ritorno con Bearzot, Causio e il presidente Sandro Pertini. Un’ora e mezza trascorsa con il Capo dello Stato che sembrava uno del gruppo. Al Quirinale Pertini insistette perché cenassimo insieme. Disse: “Siederò qui, e voglio Bearzot da un lato e Zoff e i tutti i ragazzi dall’altro. Se c’è un’altra stanza per ministri e deputati, bene. Altrimenti, se ne vadano al ristorante”.

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