MITI MONDIALI/Zidane: la gloria e l’abisso

28 10 2007

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Una testata sullo stomaco di Materazzi, l’espulsione diretta e l’uscita tra i fischi dell’intero stadio di Berlino, in quella che era la sua ultima partita – la finalissima dei mondiali di Germania 2006 Italia-Francia – prima di appendere definitivamente le scarpe al chiodo: è questa l’ultima immagine da calciatore di Zinedine Zidane, triste commiato di un campione come pochi.

Chissà quante emozioni, quanti ricordi son passati per la testa di Zizou, mentre abbandonava il campo di gioco, sfiorando con lo sguardo la Coppa che avrebbe voluto rialzare… Il primo flashback lo riporta tra i sobborghi di Marsiglia, quando il calcio era solo una passione e Zinedine trascorreva le giornate assieme agli amici più cari, lasciando insinuare prepotentemente dentro di sé un sogno ai limiti dell’utopia. Poi l’esordio nel Cannes, e a 16 anni comincia a concretizzarsi l’idea di diventare calciatore professionista.

Che Zizou non sia un bomber o un rapinatore d’area, se ne accorgono tutti sin da subito: è un centrocampista col vizio del goal, ma quando segna, il pubblico rimane incantato dalla fantasia e dalla classe delle sue realizzazioni.

Nel 1992 passa al Bordeaux, in seconda divisione: è qui che compie il grande salto verso il professionismo, e la realtà si fa ancora più rosea, quando, grazie alle sue prestazioni formidabili, guadagna la prima convocazione in nazionale in occasione di Francia-Repubblica Ceka, festeggiando, tra l’altro, l’esordio con due goals in soli 17 minuti. Nel giro di qualche anno i “Girondins” salgono in prima divisione e arrivano addirittura alla finale di Coppa Uefa. E’ il 1996, di fronte ai francesi c’è una squadra italiana, l’Inter, che cade irrimediabilmente sotto i colpi del Bordeaux, sorprendentemente vincitore del trofeo alla prima esperienza internazionale in assoluto.

E’ in questa occasione che l’allora sconosciuto Zidane fa sfoggio della sua immensa classe, impressionando piacevolmente il panorama calcistico italiano. A notarlo è soprattutto la Vecchia Signora bianconera, la Juventus neo-campione d’Europa, che decide, senza remora alcuna, di portarlo alla sua corte per dar man forte a una compagine orfana degli amatissimi Vialli e Ravanelli. Per Zidane è l’occasione della vita: per uno come lui, cresciuto nel mito del calcio italiano, sognando di emulare le gesta di “Le roi” Platini, una proposta della Juventus significa tutto. E’ il coronamento di un sogno, l’ingresso nel firmamento del calcio mondiale, e Zizou non si fa pregare, accettando subito l’ingaggio.

Tra lui e i tifosi bianconeri è subito amore, grazie a una serie di successi tra il 1997 e il 1998: due scudetti, una Supercoppa europea e una italiana, e una Coppa Intercontinentale. Un palmarès davvero soddisfacente, che reca lo zampino di Zizou, divenuto in poco tempo pedina fondamentale della “scacchiera” bianconera. Ottime la sua visione di gioco e la sua capacità di avanzare dal centrocampo in ogni momento: è da lui che partono gli assist, è sempre lui che si propone in attacco, dopo aver dribblato gli avversari, fino ad infilare il pallone in rete.

Poi arrivano i momenti bui con la sconfitta per due anni consecutivi nella finale di Champions League, prima contro il Borussia Dortmund nel 1997 e poi col Real Madrid, nel 1998. La stella di Zidane si oscura in entrambe le occasioni. Il riscatto, però, è dietro l’angolo e si tinge di bleu: nel mondiale in terra transalpina, Zizou trascina i suoi alla vittoria, la prima nella storia francese. Un’intera nazione è in delirio: vincere la prima Coppa del mondo, in casa propria, è galvanizzante, e Zizou per tutti è il re e il simbolo di un intero Paese. Suoi sono i primi due goal del 3 a 0, che piegano un Brasile irriconoscibile e consegnano Zidane alla storia. Subito dopo il mondiale, arrivano per lui riconoscimenti importanti, quali l’ambito Pallone d’oro e il Fifa World Player, premio conferitogli anche nel 2000 e nel 2003. Come dimenticare poi la famigerata finale degli Europei del 2000, contro l’Italia, quando il golden goal di Trezeguet infrange il sogno azzurro, regalando a Zidane e alla Francia intera un altro successo?

Nel 2001 Zizou decide di rompere con la Juventus in virtù di una poderosa offerta del Real Madrid, 150 miliardi di lire, irrinunciabile per qualsiasi giocatore che abbia voglia di sfondare, ma incomprensibile agli occhi di milioni di tifosi, che lo hanno amato e si sentono profondamente traditi. E’ così che il franco-algerino va via senza rimpianti, senza guardarsi indietro, abbandonando la squadra che più di tutte gli aveva dato fama e onori.

Zizou diviene l’ennesimo gioiello dello “scrigno madrileno”, andando ad affiancare fuoriclasse del calibro di Figo, Ronaldo e Beckham. I soldi, però, possono comprare i campioni, non lo spirito di squadra. Pur avendo tra le sue fila i giocatori più fenomenali del mondo, il Real non riesce mai a essere un vero gruppo e inanella una serie di sconfitte e umiliazioni: tutto ciò era inimmaginabile per Zidane. Le amarezze proseguono anche in nazionale con la rapida eliminazione della Francia dal mondiale coreano del 2002, per merito del Senegal, e con l’uscita ai quarti nel successivo campionato europeo del 2004, ad opera della Grecia. Zizou, abituato a stare sul carro dei vincitori, si trova improvvisamente ad essere additato come il responsabile principale di entrambi gli insuccessi.

E così torniamo nel 2006: Zizou prende per mano la Francia, portandola in finale contro ogni pronostico, dopo aver dribblato una volta di più il Brasile dei campioni. Gli azzurri lo temono, il mondo lo aspetta: Berlino sarà il suo ultimo palcoscenico. La consacrazione sembra arrivare dal dischetto, quando trasforma il rigore del vantaggio transalpino. Ma è una grande illusione. Il pareggio e poi i supplementari allontanano il sogno di bissare il successo mondiale e, a una manciata di minuti dalla fine, va in scena l’epilogo più inglorioso: un gesto incomprensibile, dissonante con la statura di un fuoriclasse in chiusura di carriera. La favola, per una volta, non ha un lieto fine. Zizou abbandona il campo a testa bassa. Non ci sarà più tempo per il riscatto. A perdere, con la Francia, è soprattutto lui, ma il suo popolo lo perdona, lo difende, lo coccola, e la Fifa è insolitamente clemente. Quel finale di carriera, Zizou, potendo, lo scriverebbe in modo diverso, ma nulla toglie alle giocate sopraffine con cui ha deliziato la platea mondiale. Forse è per questo che il suo “colpo di testa” è oramai quasi folklore di Germania 2006. Ma resta un atto sconsiderato, antisportivo, violento.

Allora meglio ricordare un altro Zizou, quello che una mattina dell’agosto 2004 ad Atene portò la fiamma olimpica durante la cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi. Tra la gloria e l’abisso, è il fermo-immagine più significativo.

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