MITI MONDIALI/ Sivori, “vide Omàr quant’è bello”

24 09 2007

Dribbling ubriacanti, palleggi da giocoliere, calzettoni abbassati, senza parastinchi, quasi a dimostrare di non temere niente e nessuno, e di aspettare impavidamente i colpi degli avversari: tutto questo e altro ancora è stato Omar Sivori.

Nasce e cresce a San Nicolas de Arroyos, in Argentina, dove tira i suoi primi calci, ma le sue origini affondano in Italia: i nonni paterni si erano infatti trasferiti dalla Liguria in America del Sud, in cerca di fortuna. Poco più che adolescente esordisce nel Teatro Municipal, rappresentativa del suo paese; lo nota Renato Cesarini, ex campione juventino che lo vuole a tutti i costi nella sua squadra, il River Plate. E’ il 1954, il pubblico ne rimane da subito deliziato e per il suo sinistro da paura lo soprannomina “El Gran zurdo”(il grande mancino). Sono anni fantastici al River: 3 scudetti in tre stagioni consecutive, firmati Sivori.

Nel 1957 il grande salto: Cesarini lo segnala alla Juventus, guidata da un giovanissimo Gianni Agnelli, che lo acquista per 160 milioni di lire, bazzecole rispetto alle esorbitanti cifre di oggi, ma per quei tempi considerevole, al punto che il Presidente del River, grazie alla somma riscossa, riesce a ristrutturare l’intero stadio della sua squadra.

Il giovane Omar torna così nella sua terra di origine, che ha sempre amato pur non avendoci mai vissuto, conoscendola solamente attraverso i nitidi ricordi dei propri cari. Nello stesso anno arriva la prima convocazione in nazionale da parte di Guillermo Stabile, commissario tecnico della “Seleccion”, in occasione della Coppa America, ed è subito trionfo. Protagonisti assoluti, insieme a Sivori, sono Maschio e Angelillo, trio delle meraviglie, e impressionante macchina da goal della nazionale argentina. I tre diventano in poco tempo “gli angeli dalla faccia sporca”, soprannome dovuto alla loro strabiliante agilità in campo e alla loro lotta corpo a corpo con avversari di ogni sorta, al termine della quale spesso appaiono insudiciati di fango dalla testa ai piedi.

Nove goals in 19 partite rappresentano il curriculum di Sivori con la “Seleccion”. Gli anni alla corte della Vecchia Signora, affiancato da campioni del calibro di Charles e Boniperti, si rivelano vincenti: 3 scudetti e 3 Coppe Italia tra il 1958 e il 1961. I tifosi bianconeri se ne innamorano; per tutti ormai è “El Cabezon”, per quella sua folta capigliatura nera, sovrastante un corpo minuto. Omar li ripaga coi suoi meravigliosi tunnel e le improvvise finte, zigzagando di fronte agli avversari, quasi facendo girar loro la testa, e disorientando anche i migliori difensori.

Nel ’61 arriva il Pallone d’oro, per la gioia di Omar e di tutti i suoi estimatori e tifosi. Nel 1962, la sua condizione di oriundo gli consente di giocare per la Nazionale italiana, partecipando ai mondiali in Cile. In azzurro collezionerà in tutto 9 presenze, condite da 8 goals.
Strabilianti doti tecniche sono però accompagnate da un carattere piuttosto turbolento; il burrascoso rapporto col mister juventino Heriberto Herrera rompe l’idillio in maglia bianconera, favorendo la sua cessione al Napoli, squadra in cui militerà dal ’65 al ’69, fino al termine della carriera.

135 gol in 215 partite, sono numeri che non si dimenticano facilmente, ma la società bianconera è costretta a scegliere, e preferisce tenere il tecnico. Il Napoli, appena tornato in serie A, ha grandi ambizioni, e punta tutto su di lui. La città partenopea lo accoglie a braccia aperte, e gli dimostra il suo affetto trasformando il celebre verso della canzone “Torna a Surriento”, da “Vide ‘o mare quant’è bello” a “Vide Omàr quant’è bello” .

Il suo rapporto con “le giacchette” nere non è immune dalle sue turbe caratteriali. Nella sua ultima partita ufficiale, Juventus-Napoli, l’arbitro Lo Bello lo espelle per un calcio volontario a Erminio Favalli, che gli costa una pesante squalifica per 6 giornate. Di lì a poco la decisione di lasciare il Napoli (12 goals in 63 partite disputate) e con esso anche il calcio giocato. Seguirà una breve e poco brillante carriera da allenatore, dopo la quale si dedicherà a tempo pieno al mestiere di commentatore televisivo. Il 17 febbraio del 2005 una terribile malattia lo ha portato via, ma la grinta e la fantasia di quel campione, dalla folta chioma e dai piedi fatati, hanno lasciato un segno davvero indelebile.

Beniamina Callipari



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