MITI MONDIALI/Garrincha, l’ala ferita del Brasile invincibile

23 09 2007

 

Le sue ali volavano rasoterra, sulle strade di Pau Grande o al Rasunda di Stoccolma. Garrincha. La poliomelite, due gambe fragili e il Dribbling. Tutta la sua favola è nel movimento ipnotico con cui si liberava degli avversari. Fascia destra. Una corsa, una finta, uno scatto e poi l’assist che vale un gol. Ne fece tanti anche lui: quattro solo in Cile 1962. E’ il tempo della consacrazione. Un leader, un idolo, un uomo semplice – qualcuno dice un sempliciotto. Lui che in Svezia non piange di gioia per il titolo mondiale, ma chiede ingenuamente a capitan Santos: “E la partita di ritorno quando la giochiamo?”. Lui che dal governatore di Rio non vuole come premio per il trionfo la villetta sulla spiaggia promessa, ma la liberazione di una colomba in gabbia, che nota nel fragore delle celebrazioni. E in gabbia finirà anche lui, dilapidando il suo patrimonio, morendo nell’alcool, solo e povero come era nato. La sua storia si chiude in un ospedale di Rio: lo stronca un edema polmonare. Il suo mistero, invece, resta, e svela il volto inglorioso del Brasile pentacampeòn. Garrincha eroe tragico, eroe involontario, contraddizione di una volontà che si rivela di ferro solo nei piedi. Il suo Paese, ricordandolo, ancora lo piange. Come una metafora di quella parte di sé che continua a sanguinare.

 

 

Il 28 Ottobre del 1933 nasce a Pau Grande, quartiere povero di Rio de Janeiro, un autentico fenomeno del calcio brasiliano, Manoel Francesco Dos Santos, detto Garrincha (passerotto), il più grande dribblatore che il calcio abbia mai conosciuto. Il suo soprannome, Garrincha, deriva dalla sua passione di adoloscente per la caccia agli uccelli. La Garrincha è infatti un volatile che vive in Brasile.

Al momento della sua nascita, i genitori di Manoel Francisco Dos Santos credettero a lungo che il loro bambino non avrebbe mai potuto camminare. Il piccolo aveva le gambe fortemente arcuate. Un intervento chirurgico avrebbe corretto il suo difetto congenito, ma senza eliminarlo del tutto. Eppure forse fu proprio quella malformazione l’ origine del suo successo, perchè gli permise di mettere a punto un dribbling inconsueto ed eccezionale: una finta verso sinistra, un accelerazione seguita da un passo a destra, un’altra accelerazione, poi una conversione al centro. Tutti i difensori, brasiliani e non, conoscevano il suo modo di dribblare, ma ben pochi sono mai riusciti a opporvisi e solo pochissimi l’hanno fatto per un’ intera partita. Aveva circa 20 anni quando, nel 1953, alcuni amici lo presentarono a Gentil Cardoso, allenatore del Botafogo, che fu presto convinto delle sue doti e gli diede la possibilità di giocare in prima squadra. Da quel momento in poi la sua carriera fu un continuo crescendo, e nel 1958, durante il girone finale della coppa del mondo in Svezia, quello che ormai tutti conoscevano come Garrincha si rivelò la migliore ala destra del mondo. Un mondiale che, paradossalmente, lo vede protagonista solo a partire dal terzo incontro, quando il c.t Vicente Feola, si decise a ricorrere ai suoi servizi. Dopo aver battuto l’ Austria 3-0, il Brasile era stato bloccato dall’ Inghilterra sullo 0-0. Viste le difficoltà, nella terza partita, contro l’ URSS, Garrincha prese il posto di Joel, e insieme a lui fece ingresso in campo, per la prima volta, anche un certo Pelè che sostituiva Altafini. Da quel momento in poi più nessuno fu in grado di arrestare la marcia trionfale dei brasiliani, che si aggiudicarono il primo dei loro cinque titoli mondiali senza mai essere battuti. Quattro anni dopo, nei mondiali cileni del 1962, Garrincha dimostrò che il dribbling non era la sua unica dote. Divenne infatti il leader di una squadra che lui stesso avrebbe preso per mano e condotto al suo secondo titolo iridato, dopo aver battuto in finale la Cecoslovacchia per 3-1. Contro l’ Inghilterra, nei quarti di finale, segnò due gol e offrì la palla del terzo a Vava. Successivamente, avrebbe segnato altre due volte in semifinale portando sul 2-0 un incontro che il Brasile avrebbe vinto per 3-1 contro il Cile.

La vittoria in Cile, fu uno degli ultimi periodi felici della formidabile ala destra. Nel 1963, si infortunò gravemennte ad un ginocchio. Nonostante ciò, prese parte, nel 1966 in Inghilterra, al girone finale della coppa del mondo per la terza volta. Ma oramai non era altro che l’ ombra di se stesso. Segnò uno dei due gol brasiliani contro la Bulgaria, ma non potè impedire la sconfitta contro l’ Ungheria (1-3), nell’ ultima partita, quella che avrebbe segnato la fine della sua carriera internazionale.

Continuò a giocare nel campionato brasiliano ancora per 7 anni, fino a quando, nel 1973, un incidente stradale lo costrinse ad appendere definitivamente le scarpe al chiodo. Nel frattempo le condizioni economiche in cui versava non erano certamente delle migliori, ed anche per questo, oltre che per salutare il suo addio al calcio, il Brasile organizzò un grande match in suo onore allo stadio Maracanà. Ma servì a ben poco. Dieci anni dopo, il 21 Gennaio 1983, all’ età di 49 anni, l’ “uccellino brasiliano” si spense nella povertà più completa. Solo e dimenticato da tutti.

Introduzione di Graziana Urso

Biografia di Antonio Alfieri

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