Ricami, rametti e fibre di bamboo: in passerella l’estro sobrio del Sudafrica

21 08 2007

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Chi è stanco del ‘Made in Italy’ e dell’ ‘Haute couture’ parigina, e cerca una nuova estetica che rinfreschi l’usurato ‘vecchio mondo’ della moda, dia una sbirciata alle passerelle in Sudafrica: il 29 agosto si apre a Johannesburg la ‘Sanlam South Africa Fashion Week’ (Ssafw), l’appuntamento più importante nel settore della moda in Sudafrica, nato del 1997.

Durante l’era dell’apartheid, l’elite bianca, l’unica che potesse indossare begli abiti, preferiva vestirsi all’estero con le firme dell’alta moda internazionale, ma la conquista della democrazia nel 1994 liberò anche l’energia creativa di decine di giovani stilisti locali, rappresentanti del panorama multietnico del paese.

La scorsa estate, Gavin Rajah è stato il primo sudafricano ad essere chiamato a presentare la sua collezione alla Settimana della moda di Parigi, non passando inosservato per i suoi abiti come pure per il suo impegno fuori dalla passerella. Rajah è riconoscibile tanto per le sue stoffe, che uniscono colori africani all’amore per il ricamo e la decorazione tipico dell’India, quanto per il sostegno dato a organizzazioni non governative (ong) per la lotta alla sindrome da immunodeficienza acquisita (sida/aids) e per il coinvolgimento di piccoli artigiani di categorie svantaggiate nella sua produzione.

Propone la sua ‘via africana’ alla moda anche Craig Jacobs, fondatore del marchio Fundudzi, che prende il nome da una lago sacro alla popolazione Venda. “I nostri modelli offrono una visione che respinge la percezione negativa del “Continente nero” e, in secondo luogo, aiutano a preservare le ricchezze naturali usando quanto più possibile materiali organici originari dell’Africa” ha detto in un’interista Jacobs, la cui nuova collezione ‘Free’ abbonda di abiti lunghi dai colori pastello e morbidi tessuti ricavati dalle fibre di bamboo, soia e mais, lavorate da laboratori tessili sudafricani. Jacobs spera di presentare presto la prima collezione di cashmere africano, ottenuto da una razza locale di capre. La filosofia eco-sostenibile guida anche un’altra marca sudafricana, la Lunar, che utilizza solo tessuti naturali e coloranti di origine vegetale.

Decisamente più inconsueto Fraz Grabe, protagonista dell’edizione 2006 del Ssafw, che dichiara il suo amore per la natura africana creando abiti interamente composti da fiori di ogni tipo e misura, foglie di felci e di palma, fronde e rametti. Delle passerelle sudafricane colpiscono soprattutto la completa mancanza di ‘nude look’ e l’assenza delle modelle anoressiche.

Le stiliste Maya Prass e Bongiwe Walaza per quanto agli antipodi nei colori e nelle linee – morbide e dai colori sgargianti la prima, tagli strutturati e geometrie stampate su colori di terra la seconda – propongono entrambe una femminilità sinuosa che non ha bisogno di mostrare l’ombelico per essere seducente.

Ma in questa ricerca fedele di un estetica africana, l’esempio più energico è forse quello di Sonwabile Ndamase, creatore della marca Vukani e del Vukani Fashion Awards, il concorso nato per dare visibilità ai designer sudafricani più giovani. Basta un’occhiata alla sua collezione, che include anche una linea di abiti tradizionali rivisitati in chiave attuale, per capire che qui non c’è nessuna soggezione davanti ai canoni di bellezza occidentali.

(fonte: Barbara Fabiani per www.misna.org)

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