Un trionfo che vince le bombe

29 07 2007

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Per la prima volta nella sua storia l’Iraq ha vinto la Coppa d’Asia. Non abbiamo seguito la competizione perché al momento, per una scelta editoriale, il nostro raggio di cronaca non va oltre il calcio africano e i mondiali giovanili, ma non potevamo esimerci dal pubblicare l’immagine del capitano iracheno che bacia il trofeo. Non solo per rendere omaggio ai nuovi campioni, che hanno conquistato la vittoria contro l’Arabia Saudita, ma soprattutto per partecipare ad un insperato moto di speranza: l’Iraq intero per un giorno ha dimenticato i suoi morti e ha sfidato il coprifuoco per gridare che sotto le macerie c’è ancora voglia di vivere.

Il calcio, una volta di più, è la cassa di risonanza di questa comune insurrezione emotiva alle bombe, alla precarietà di un’esistenza sul filo di lama, alle profonde spaccature di un Paese senza pace, che si ritrova d’un tratto unito nel segno di un miracolo tutto umano.

Se domani l’Iraq ripiomberà nel suo dramma, o se invece la festa di oggi getterà le fondamenta di una nuova coscienza nazionale, non è dato saperlo. Difficile che un successo calcistico possa smuovere i massimi sistemi. Ma il calcio è la fabbrica dei sogni, e i sogni iracheni si sono avverati in questa domenica di luglio. Che sia il principio di qualcosa o solo l’urlo liberatorio di un popolo sotto assedio non importa. Questa notte a Baghdad la guerra è finita. 

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