MITI MONDIALI/ O capitano, mio capitano: Obdulio Varela, l’uruguayano ammazza-Brasile

25 06 2007

Il capitano di una squadra di calcio raramente è un uomo qualunque. Non è obbligato ad avere talento, ma non può prescindere da lealtà, coraggio, spirito di sacrificio, lucidità. Il capitano è il saggio del campo, ergo il leader.

Obdulio Varela, capitano del Penarol e dell’Uruguay, non era nato per essere un fuoriclasse. Era un proletario, un centrocampista convertito a libero, dai piedi grezzi. Ma a lui il suo paese deve la sua seconda Coppa del Mondo.

E’ il 16 luglio 1950, stadio Maracanà di Rio de Janeiro. Una torcida di 200.000 tifosi è già pronta a festeggiare la prima vittoria mondiale del Brasile. Un popolo intero attende il carnevale del dopogara per le ruas.

I carioca sono forti, fortissimi. Hanno rifilato sei gol a Svezia e Spagna. La Federcalcio uruguayana è rassegnata a perdere, ma vuole una sconfitta dignitosa, non più di quattro gol di scarto.

Obdulio non ci sta. Ha 33 anni, è l’unico della squadra ad avere esperienza internazionale, è all’apice della sua carriera, e all’uscita dagli spogliatoi carica i suoi: “Non guardate mai le tribune! La partita si gioca qui sotto!”. Impedisce persino il lancio della monetina, riconsegnandola all’arbitro per dare ai brasiliani, così dice, la consolazione del calcio d’inizio. E’ sicuro, sarà la sua nazionale a laurearsi campione.

La gara fila liscia fino al sesto minuto del secondo tempo, quando Friaca mette a segno il vantaggio del Brasile. Il Maracanà è un boato di gioia, per l’Uruguay sembra finita. Sembra. Perché Obdulio freddamente si avvicina alla propria porta, prende il pallone, osa anche protestare per un fuorigioco, mentre intorno a lui è una bolgia infernale. Poi torna verso il cerchio di centrocampo, lentamente. Ci mette tre minuti tre per raggiungere l’arbitro. Chiede un interprete, discute con il direttore di gara, mentre i tifosi, riavutisi dall’ubriacatura del gol, cominciano a mostrare i primi segni di insofferenza, ad insultarlo. Obdulio guarda provocatoriamente la folla. Ha ottenuto ciò che voleva: ha raffreddato gli animi. La partita, sul piano emotivo, torna ad essere in parità. Anzi no. Obdulio guarda i suoi e dice: “Questa partita la vinciamo noi”.

Da quel momento l’Uruguay è una furia: prima pareggia, con Schiaffino, al 19’, ammutolendo d’un colpo il Maracanà. Poi, a nove minuti dal termine, infila il gol del trionfo con Ghiggia. L’Uruguay è campione del mondo, il Brasile un paese in lutto.

Quella notte Obdulio non lascia Rio. Si confonde fra i tanti brasiliani che prendono d’assalto, disperati, i tanti bar della città. Beve con loro, ne condivide l’amarezza. E’ una strana notte di gioia e lacrime, che racconta con queste parole: “Il proprietario del bar si è avvicinato a noi insieme a quel tizio grande e grosso che piangeva. Gli ha detto: – Lo sa chi è questo qui? E’ Obdulio – . Io ho pensato che il tizio mi avrebbe ammazzato. Ma mi ha guardato, mi ha abbracciato e ha continuato a piangere. Subito dopo mi ha detto: – Obdulio, accetta di venire a bere un bicchiere con noi? Vogliamo dimenticare, capisce? Come potevo dirgli di no? Abbiamo passato tutta la notte a sbevazzare da un bar all’altro” (Osvaldo Soriano, Fùtbol).

Così Obdulio rinunciò alla sua festa per immedesimarsi nella sofferenza degli sconfitti, lui che di quella sconfitta era stato l’artefice. Anni dopo annegò nell’alcool e nella miseria. Ma quella notte il “grande capo nero” vinse due volte.

Graziana Urso

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